“Non permettere mai a nessuno di cambiare ciò che sei per farti diventare ciò di cui ha bisogno”. Questo è un tipo di cambiamento disfunzionale.

Vale la pena invece ricordare che quando diciamo cose tipo “Le persone non cambiano”, facciamo impazzire gli scienziati.

Perché il #cambiamento è letteralmente l’unica costante di tutta la scienza. L’energia, la materia, cambiano continuamente, si trasformano, si fondono, crescono, muoiono.

È il fatto che le persone cerchino di non cambiare che è innaturale, il modo in cui ci aggrappiamo alle cose come erano invece di lasciarle essere ciò che sono, il modo in cui ci aggrappiamo ai vecchi ricordi invece di farcene dei nuovi, il modo in cui insistiamo nel credere, malgrado tutte le indicazioni scientifiche, che nella vita tutto sia per sempre.

Il cambiamento è costante. Come viviamo il cambiamento, questo dipende da noi.

Possiamo sentirlo come una morte o possiamo sentirlo come una seconda occasione di vita. Se apriamo le dita, se allentiamo la presa e lasciamo che ci trasporti, possiamo sentirlo come adrenalina pura, come se in ogni momento potessimo avere un’altra occasione di vita, come se in ogni momento potessimo nascere ancora una volta ;-)

 

Il post vacation blues, conosciuto anche come sindrome da rientro, è qualcosa di vicino a noi, proprio in questi giorni.

Superata l’uscita di Melegnano l’ombra della grande metropoli si erge minacciosa. “La vacanza è finita. La tua evasione dal dovere, dal traffico e dalla cravatta è terminata. Le orecchiette i lampasciuni e i castelli di sabbia, devi dimenticarli rapidamente”.

Il violento contrasto tra i bermuda oversize e i pantaloni stirati con la piega da indossare domattina alle sette è devastante come una gabbia che ti imprigiona al pari della giacca che avevi dimenticato quanto fosse stretta. Addormentasi la prima volta in città è difficile ma indispensabile. Forse una camomilla, meglio un Tavor. Le splendide immagini della spiaggia di fronte al chiosco del cocomero tardano a cancellarsi dalla memoria e si insinua a tratti lo stridore dei freni della metropolitana che prenderai domattina alle sette e cinquanta.

Esiste quindi una sindrome da rientro dalle vacanze dovuta al ritorno violento alla vita ordinaria. Da un giorno all’altro. Senza pause. La melanconica constatazione che la vacanza è irrimediabilmente finita può innescare forme di astenia, emicrania, calo di attenzione, debolezza diffusa e persino disturbi digestivi. Quanto più la vacanza è stata un successo, tanto più il rientro sul lavoro è uno shock. Poiché è impensabile che, come vorrebbe qualcuno, negli ultimi giorni di vacanza si cominci a cambiare il ritmo della giornata riportandolo a quello cittadino, è normale che si affronti il problema quando si presenta davvero e cioè quando le valigie sono ancora da disfare.

E stanchi del viaggio ci buttiamo sul letto e proiettiamo con la mente sul soffitto la splendida immagine del rosso tramonto sul mare.

Su come superare questa difficoltà a riambientarsi ci sono molte scuole di pensiero. Gli esperti prêt-à-porter delle riviste di costume parlano di esercizi mentali finalizzati ad occupare le sezioni del cervello invase dalla depressione post-vacanziera e un bizzarro filosofo, Alain De Botton, suggerisce di alzarsi di primo mattino con il pensiero della morte improvvisa che porta all’apprezzamento della vita e quindi a rassegnarsi alla vita di ufficio.

Altre soluzioni, sono affidate alle teorie più disparate come quella psicometrica del londinese Simon Bacon, che suggerisce ad esempio di stringere con vigore nella mano un oggetto riportato dalle vacanze, o quella “dell’uovo azzurro” dei cultori della new age secondo cui è risolutivo guardare ciò che ci sta dintorno immaginandolo ricoperto da una pellicola azzurra traslucida per “tenere lontano le situazioni di crisi e le vibrazioni negative che minano la serenità”.

In pratica la sindrome da ritorno dalle ferie bisogna tenersela e fare di necessità virtù con pazienza curando l’alimentazione, il sonno e l’attività fisica ed evitando di sopravvalutare le inevitabili difficoltà sul lavoro. Abbandonata l’idea del rito con l’olio di rosmarino e l’uso di altri intrugli della nonna è bene, dopo un congruo periodo di disintossicazione da ricordi ingombranti, mettersi con grande serenità davanti a un piatto di spaghetti alla Norma e immaginare la prossima vacanza magari tra i limoneti di Forza d’Agrò. Sognare luoghi meravigliosi fa sempre bene ;-)

 

Ognuno ha il proprio nome, bello o brutto che sia.
Immagina però di chiamarti Carlo Cipolla, essere nato a Pavia nel 1922 e di essere un personaggio pubblico, un economista che fa carriera, professore universitario a 27 anni dopo aver studiato alla Sorbona di Parigi e alla London School of Economics. Dopo aver insegnato in molte università, fra cui la Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1953 decidi di andare negli Stati Uniti come Fulbright fellow, e nel 1957 sarai visiting professor all’Università di Berkeley in California, prima di essere nominato full professor due anni più tardi.

Proprio negli Stati Uniti, per distinguerti da studiosi omonimi, come lo storico Carlo Cipolla, aggiungi una M come iniziale di un secondo nome, che tutti pensano che stia per Maria, e invece no perché è completamente inventata. Non male.

A lato della carriera accademica, con numerose pubblicazioni in ambito economico, Carlo è giustamente famoso per i suoi studi nel campo della stupidità umana. Già proprio degli stupidi. Perché la cosa paradossale è che è diventato forse più famoso per la conosciutissima teoria della stupidità, enunciata nel suo libello intitolato The Basic Laws of Human Stupidity (stampato per la prima volta nel 1976 come regalo di Natale per gli amici) poi pubblicato in italiano nel 1988 come Allegro ma non troppo e tradotto in almeno 13 lingue.

Tale teoria vede gli stupidi come un gruppo di gran lunga più potente delle maggiori organizzazioni come le mafie o le lobby industriali, non organizzato e senza ordinamento, vertici o statuto, ma che tuttavia riesce ad operare con incredibile coordinazione ed efficacia.

Nello stesso libro si trovano le cinque leggi fondamentali della stupidità:

Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.

Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.

Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.

Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.

Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Conviene tornare per un momento alla terza legge, dove Cipolla individua due fattori da considerare per indagare il comportamento umano:

Danni o vantaggi che l’individuo procura a se stesso

Danni o vantaggi che l’individuo procura agli altri

Creando un grafico col primo fattore sull’asse delle ascisse e il secondo sull’asse delle ordinate si ottengono quindi quattro gruppi di persone:

Intelligenti (in alto a destra): fanno il proprio vantaggio e quello degli altri

Sprovveduti (in alto a sinistra): danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri

Banditi (in basso a destra): danneggiano gli altri per trarne vantaggio

Stupidi (in basso a sinistra): danneggiano gli altri e se stessi

Ognuno può utilizzare questo sistema per studiare la stupidità ed elaborare l’applicazione della teoria in tutte le sue possibili varianti.

Ma la storia non finisce qui.

Se tracciamo una linea diagonale fra gli assi, vedremo che tutta la zona che si trova in alto a destra di questa linea corrisponde ad un miglioramento nel bilancio totale del sistema, mentre gli eventi e la persone dell’altro lato si associano ad un peggioramento.

Teoricamente le persone intelligenti forniscono il maggior contributo alla società in senso generale.

Però, per quanto possa sembrare brutto, anche i banditi intelligenti contribuiscono ad un miglioramento nel bilancio della società provocando nel complesso più vantaggi che danni. Le persone sfortunate-intelligenti anche se perdono individualmente possono tenere effetti socialmente positivi.

Senza dubbio, quando la stupidità entra in scena, il danno è enormemente maggiore del beneficio a chicchessia. Ciò dimostra il punto originale: l’unico fattore più pericoloso in qualsiasi società umana è la stupidità.

Cipolla osserva inoltre che le persone intelligenti generalmente sanno di esserlo, i banditi anche sono consci della loro attitudine e anche le persone sfortunate hanno un forte sospetto che non tutto vada per il verso giusto.

Ma le persone stupide non sanno di essere stupide, e questa è una ragione in più che li rende estremamente pericolose.

Mica stupido Cipolla ;-)

 

 

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