Il post vacation blues, conosciuto anche come sindrome da rientro, è qualcosa di vicino a noi, proprio in questi giorni.

Superata l’uscita di Melegnano l’ombra della grande metropoli si erge minacciosa. “La vacanza è finita. La tua evasione dal dovere, dal traffico e dalla cravatta è terminata. Le orecchiette i lampasciuni e i castelli di sabbia, devi dimenticarli rapidamente”.

Il violento contrasto tra i bermuda oversize e i pantaloni stirati con la piega da indossare domattina alle sette è devastante come una gabbia che ti imprigiona al pari della giacca che avevi dimenticato quanto fosse stretta. Addormentasi la prima volta in città è difficile ma indispensabile. Forse una camomilla, meglio un Tavor. Le splendide immagini della spiaggia di fronte al chiosco del cocomero tardano a cancellarsi dalla memoria e si insinua a tratti lo stridore dei freni della metropolitana che prenderai domattina alle sette e cinquanta.

Esiste quindi una sindrome da rientro dalle vacanze dovuta al ritorno violento alla vita ordinaria. Da un giorno all’altro. Senza pause. La melanconica constatazione che la vacanza è irrimediabilmente finita può innescare forme di astenia, emicrania, calo di attenzione, debolezza diffusa e persino disturbi digestivi. Quanto più la vacanza è stata un successo, tanto più il rientro sul lavoro è uno shock. Poiché è impensabile che, come vorrebbe qualcuno, negli ultimi giorni di vacanza si cominci a cambiare il ritmo della giornata riportandolo a quello cittadino, è normale che si affronti il problema quando si presenta davvero e cioè quando le valigie sono ancora da disfare.

E stanchi del viaggio ci buttiamo sul letto e proiettiamo con la mente sul soffitto la splendida immagine del rosso tramonto sul mare.

Su come superare questa difficoltà a riambientarsi ci sono molte scuole di pensiero. Gli esperti prêt-à-porter delle riviste di costume parlano di esercizi mentali finalizzati ad occupare le sezioni del cervello invase dalla depressione post-vacanziera e un bizzarro filosofo, Alain De Botton, suggerisce di alzarsi di primo mattino con il pensiero della morte improvvisa che porta all’apprezzamento della vita e quindi a rassegnarsi alla vita di ufficio.

Altre soluzioni, sono affidate alle teorie più disparate come quella psicometrica del londinese Simon Bacon, che suggerisce ad esempio di stringere con vigore nella mano un oggetto riportato dalle vacanze, o quella “dell’uovo azzurro” dei cultori della new age secondo cui è risolutivo guardare ciò che ci sta dintorno immaginandolo ricoperto da una pellicola azzurra traslucida per “tenere lontano le situazioni di crisi e le vibrazioni negative che minano la serenità”.

In pratica la sindrome da ritorno dalle ferie bisogna tenersela e fare di necessità virtù con pazienza curando l’alimentazione, il sonno e l’attività fisica ed evitando di sopravvalutare le inevitabili difficoltà sul lavoro. Abbandonata l’idea del rito con l’olio di rosmarino e l’uso di altri intrugli della nonna è bene, dopo un congruo periodo di disintossicazione da ricordi ingombranti, mettersi con grande serenità davanti a un piatto di spaghetti alla Norma e immaginare la prossima vacanza magari tra i limoneti di Forza d’Agrò. Sognare luoghi meravigliosi fa sempre bene ;-)

 

Ognuno ha il proprio nome, bello o brutto che sia.
Immagina però di chiamarti Carlo Cipolla, essere nato a Pavia nel 1922 e di essere un personaggio pubblico, un economista che fa carriera, professore universitario a 27 anni dopo aver studiato alla Sorbona di Parigi e alla London School of Economics. Dopo aver insegnato in molte università, fra cui la Scuola Normale Superiore di Pisa nel 1953 decidi di andare negli Stati Uniti come Fulbright fellow, e nel 1957 sarai visiting professor all’Università di Berkeley in California, prima di essere nominato full professor due anni più tardi.

Proprio negli Stati Uniti, per distinguerti da studiosi omonimi, come lo storico Carlo Cipolla, aggiungi una M come iniziale di un secondo nome, che tutti pensano che stia per Maria, e invece no perché è completamente inventata. Non male.

A lato della carriera accademica, con numerose pubblicazioni in ambito economico, Carlo è giustamente famoso per i suoi studi nel campo della stupidità umana. Già proprio degli stupidi. Perché la cosa paradossale è che è diventato forse più famoso per la conosciutissima teoria della stupidità, enunciata nel suo libello intitolato The Basic Laws of Human Stupidity (stampato per la prima volta nel 1976 come regalo di Natale per gli amici) poi pubblicato in italiano nel 1988 come Allegro ma non troppo e tradotto in almeno 13 lingue.

Tale teoria vede gli stupidi come un gruppo di gran lunga più potente delle maggiori organizzazioni come le mafie o le lobby industriali, non organizzato e senza ordinamento, vertici o statuto, ma che tuttavia riesce ad operare con incredibile coordinazione ed efficacia.

Nello stesso libro si trovano le cinque leggi fondamentali della stupidità:

Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.

Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.

Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.

Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.

Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Conviene tornare per un momento alla terza legge, dove Cipolla individua due fattori da considerare per indagare il comportamento umano:

Danni o vantaggi che l’individuo procura a se stesso

Danni o vantaggi che l’individuo procura agli altri

Creando un grafico col primo fattore sull’asse delle ascisse e il secondo sull’asse delle ordinate si ottengono quindi quattro gruppi di persone:

Intelligenti (in alto a destra): fanno il proprio vantaggio e quello degli altri

Sprovveduti (in alto a sinistra): danneggiano se stessi e avvantaggiano gli altri

Banditi (in basso a destra): danneggiano gli altri per trarne vantaggio

Stupidi (in basso a sinistra): danneggiano gli altri e se stessi

Ognuno può utilizzare questo sistema per studiare la stupidità ed elaborare l’applicazione della teoria in tutte le sue possibili varianti.

Ma la storia non finisce qui.

Se tracciamo una linea diagonale fra gli assi, vedremo che tutta la zona che si trova in alto a destra di questa linea corrisponde ad un miglioramento nel bilancio totale del sistema, mentre gli eventi e la persone dell’altro lato si associano ad un peggioramento.

Teoricamente le persone intelligenti forniscono il maggior contributo alla società in senso generale.

Però, per quanto possa sembrare brutto, anche i banditi intelligenti contribuiscono ad un miglioramento nel bilancio della società provocando nel complesso più vantaggi che danni. Le persone sfortunate-intelligenti anche se perdono individualmente possono tenere effetti socialmente positivi.

Senza dubbio, quando la stupidità entra in scena, il danno è enormemente maggiore del beneficio a chicchessia. Ciò dimostra il punto originale: l’unico fattore più pericoloso in qualsiasi società umana è la stupidità.

Cipolla osserva inoltre che le persone intelligenti generalmente sanno di esserlo, i banditi anche sono consci della loro attitudine e anche le persone sfortunate hanno un forte sospetto che non tutto vada per il verso giusto.

Ma le persone stupide non sanno di essere stupide, e questa è una ragione in più che li rende estremamente pericolose.

Mica stupido Cipolla ;-)

 

 


Conoscete Walter Mischel? E la gratificazione differita? Neanche l’esperimento marshmallow? Va bene lo stesso, ve lo racconto.Mischel, uno psicologo austriaco, mise a punto a Stanford nel 1972 uno dei più famosi, e forse il più lungo, esperimento di psicologia comportamentale di cui si abbia notizia.

Nel primo test Walter prese trenta bambini di quattro anni, si mise di fronte a loro con in mano un vassoio pieno di mashmallow e gli disse: “Ognuno di voi potrà avere un marshmallow ora. Ma devo assentarmi un attimo, e se aspetterete che torni allora vi darò due marshmallow”.

Il video dei bambini che fanno di tutto per non cedere alla tentazione è spassosissimo. Alcuni “si coprivano gli occhi con le mani o si giravano per non guardarlo, mentre altri

cominciavano a prendere a calci la scrivania, oppure a tirarsi i capelli, o cose del genere, mentre altri decidevano di mangiarlo subito”.

Circa un terzo degli oltre 600 bambini che parteciparono all’esperimento riuscì a rimandare la gratificazione abbastanza a lungo per ottenere il secondo marshmallow.Il risultato più importante è però emerso dopo molti anni. Mischel infatti ha avuto la pazienza di continuare il monitoraggio lungo la carriera scolastica e professionale. Quattordici anni dopo gli ex bambini erano quasi maggiorenni ed emerse che coloro che erano stati capaci di esercitare un controllo cognitivo sugli impulsi immediati risultavano anche avere risultati scolastici migliori, rivelando una correlazione positiva tra i minuti attesi prima di mangiare la marshmallow e il punteggio conseguito nel Sat, il test per l’ammissione all’università.

E i golosi immediati? Brutte notizie: avevano più probabilità di sviluppare problemi comportamentali, godevano di bassa autostima e venivano visti dagli altri come testardi, frustrati e invidiosi.

La cosa non è finita qui… L’esperimento è continuato e si sono studiati quegli stessi individui a quaranta anni, sottoponendoli ad un nuovo e più complesso esperimento, simile all’originale, ma adeguato all’età basato su due livelli di complessità.

Ulteriori conferme. Coloro che da bambini si avventavano sulla marshmallows, sono anche coloro che commettono più sbagli da adulti. Il che mostrerebbe che la capacità di controllare gli impulsi è una caratteristica individuale relativamente stabile negli anni.

E conferme pure a livello cerebrale con il neuro imaging dove si è potuto osservare inoltre che questa stessa capacità è identificabile a livello di correlazioni neuronali.

I risultati di Mischel sono stati recentemente confermati da uno studio condotto in Nuova Zelanda nel 2010. Un team di ricercatori ha monitorato 1000 persone dalla nascita per 32 anni osservando la loro forza di volontà e auto-disciplina. I ricercatori hanno trovato che le persone con maggior auto-controllo diventarono adulti più sani, più felici e più ricchi. Mentre quelli con scarsa volontà ottenevano risultati accademici peggiori, avevano un lavoro sotto pagato ed erano più inclini alle dipendenze e ad avere relazioni sentimentali instabili.

Mi sono sempre chiesto che cosa avrei fatto a quattro anni. Probabilmente avrei subito mangiato il mio marshmallow e quello di un altro bambino che stava lì ad aspettare ;-)

 

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